La parte scientifica

La situazione dei nostri fiumi

di Marco Balterieri Resp. fiumi di Legambiente Piemonte e Valle D’Aosta

Provate d’estate a fare un esperimento: percorrete in auto la fascia pedemontana del Piemonte; ad ogni ponte che attraversa un corso d’acqua fermatevi e guardate giù; potete essere sicuri che, nella stragrande maggioranza dei casi, non vedrete acqua ma soltanto una distesa di pietre. Certamente una situazione anomala, a dir poco inquietante, se si pensa che questi fiumi e torrenti arrivano dalle Alpi, sono alimentati da bacini idrografici piuttosto ampi, che dovrebbero garantire un apporto idrico sufficiente per tutto l’anno.La causa è ben conosciuta: le derivazioni irrigue e idroelettriche sottraggono l’acqua ai nostri fiumi e torrenti e quasi mai viene rilasciato il DMV (“deflusso minimo vitale”, che dovrebbe essere rispettato in quanto previsto dalle leggi regionali).

Le conseguenze più grosse si hanno sulla qualità delle acque, con fenomeni negativi molto difficili da contrastare. Con poca acqua si ha un aumento della temperatura e un rapido abbassamento del tasso di ossigeno, una diminuzione netta della capacità autodepurativa, forte mortalità delle specie ittiche e il possibile sviluppo di agenti patogeni.

La diminuzione delle portate provoca poi una forte concentrazione degli agenti inquinanti (nitrati, fosfati, pesticidi, ecc.) che possono avere effetti diretti, in relazione alla loro tossicità, o indiretti, provocando la proliferazione della vegetazione acquatica e, di nuovo, la diminuzione dell’ossigeno disciolto.

Il forte aumento di sostanze inquinanti è particolarmente pericoloso perché, in questi ultimi anni, sembra essere cambiata la tipologia degli inquinanti. Nitrati e prodotti fitosanitari, prodotti dall’agricoltura e dall’allevamento, restano la componente più importante, ma l’aumento continuo dell’urbanizzazione e delle reti stradali hanno contribuito alla comparsa di quantità sempre maggiori di sostanze pericolose (ad esempio idrocarburi e metalli pesanti). Spesso i depuratori dei centri urbani sono tecnicamente superati, sottodimensionati o non prevedono il trattamento di componenti di grande impatto sui cicli vitali (ad esempio i pesticidi o gli ormoni). Solo da poco tempo si è cominciato a studiare i terribili “inferenti endocrini”, che sembrano avere effetti devastanti sulle capacità riproduttive dei pesci e, non ce lo scordiamo, anche dell’uomo, nel momento in cui vanno a finire nelle falde che alimentano i pozzi degli acquedotti.

Anche la brutta abitudine di eliminare tutta la vegetazione quando i fiumi vengono dragati (per darci l’illusione di difenderci dalle alluvioni) contribuisce a peggiorare questa situazione. In realtà la vegetazione dentro e intorno ai fiumi ha una importanza senza pari, perché contribuisce all’autodepurazione, al controllo dell’erosione e del trasporto solido, al mantenimento dell’acqua a temperature adatte ai popolamenti ittici. Naturalmente, se non c’è acqua (o ce n’è troppo poca) la vegetazione ne risente fortemente, fino addirittura a sparire o modificarsi profondamente, soprattutto nei molti casi in cui si assiste per lunghi periodi ad asciutte totali. A livello europeo si sta guardando con preoccupazione alla diffusione di specie straniere e invasive (ad esempio Robinia pseudoacacia e Reynoutria japonica) nelle aree originariamente occupate da ontani o salici.

Tutti quelli che conoscono anche superficialmente come “funziona” un fiume sanno che gli stadi larvali degli insetti acquatici svolgono un ruolo fondamentale nel funzionamento delle catene alimentari. Triturando i detriti organici, filtrando l’acqua per alimentarsi, raschiando le alghe dal substrato roccioso, predando altre larve, costituendo essi stessi il nutrimento principale per numerose specie di pesci, uccelli, anfibi e micromammiferi, i macroinvertebrati hanno un posto centrale nella vita di un corso d’acqua, tanto da essere usati come indicatori dello “stato di salute” dell’acqua (IBE – Indice Biotico Esteso). La scomparsa di queste larve d’insetti vuol dire la morte biologica del corso d’acqua. L’assenza totale di acqua per molti mesi ne provoca la completa distruzione, ma, anche nel caso in cui ci sia “soltanto” una consistente riduzione della portata, le conseguenze su di esse sono comunque molto gravi.

Ovviamente, se manca l’acqua avremo anche la completa distruzione dei popolamenti ittici. Solo una parte riesce ad essere recuperata dalle squadre di volontari organizzate dalle amministrazioni provinciali. I pesci catturati, di solito allo stadio adulto, vengono trasferiti a monte e a valle, ma un numero notevole, soprattutto negli stadi giovanili, non riesce ad essere salvato. Il lavoro dei volontari (nella maggior parte dei casi appartenenti alle organizzazioni dei pescatori) non riesce spesso a far fronte alla enorme mole di lavoro dovuta alla lunghezza dei tratti messi in asciutta e alla rapidità (talvolta anche poche ore) con cui viene a mancare l’afflusso di acqua.

Le comunità ittiche risentono ovviamente in modo profondo di questa situazione: la contrazione netta (e, in molti casi, la scomparsa) di alcune specie (in particolare il Temolo) è stata causata prevalentemente a questi fenomeni di grave degrado degli habitat fluviali. E non dimentichiamo che anche la predazione, in particolare da parte degli uccelli ittiofagi, come il Cormorano, viene fortemente incrementata nei casi di carenza idrica.

Ma, per concludere, anche su un piano sociale la mancanza d’acqua è un fenomeno molto negativo. Fiumi e torrenti hanno, da sempre, rappresentato una grande ricchezza dal punto di vista delle attività, soprattutto di tipo ricreativo, che in essi si potevano svolgere. “Andare al fiume” per pescare, fare il bagno, prendere il sole, andare in barca: non dovrebbe essere del tutto normale? Ma com’è possibile in un fiume in secca?

In molti paesi europei ci si è resi conto da tempo dell’importanza fondamentale delle aree fluviali, con la messa a punto di programmi di gestione delle attività ricreative, di rinaturalizzazione delle sponde, di tutela della quantità e qualità dell’acqua (anche al fine di garantire la balneabilità), di promozione degli sport acquatici. In questo modo i corsi d’acqua hanno continuato ad essere frequentati, apprezzati come ambienti adatti alla ricreazione e alla distensione, conosciuti e studiati nelle loro caratteristiche ambientali e, di conseguenza, tutelati come componente fondamentale dell’ambiente di vita della popolazione.

Nel nostro territorio si è spesso assistito ad un processo inverso. I corsi d’acqua hanno perso progressivamente le loro caratteristiche di ambiente adatto ad essere frequentato: discariche, inquinamento, mancanza d’acqua, scomparsa dell’ittiofauna, scarsa o nulla gestione della vegetazione e delle aree riparie, cementificazione delle sponde, estrazione senza limiti di sabbia e ghiaia, banalizzazione o distruzione degli ambienti per i continui lavori in alveo. L’elenco dei fattori di degrado potrebbe ancora allungarsi: l’importante è rendersi conto che i nostri fiumi e torrenti sono diventati in moltissimi casi delle aree marginali infrequentabili, sentite sempre come “problema” e mai come ricchezza del territorio.

Questo processo, oltre a danneggiare il territorio dal punto di vista ambientale, costituisce anche un forte impoverimento da punto di vista sociale, in quanto vengono a mancare per la popolazione spazi di grandi dimensioni e di grande qualità, impedendo di fatto tutta una serie di attività che potrebbero avere un enorme valore dal punto di vista ricreativo, culturale ed educativo. Spesso queste attività, per potersi svolgere, devono collocarsi in ambienti inadatti (fare il bagno in un fiume inquinato…) o subire un processo di artificializzazione (a nuotare si può andare solo in piscina, per pescare si va in uno squallido “laghetto” a pagamento, per andare in canoa bisogna fare un sacco di chilometri e magari andare in Francia o in Slovenia…).

Il ritorno dei nostri corsi d’acqua ad una situazione di “normalità”, dal punto di vista delle condizioni delle aree riparie, della qualità e quantità dell’acqua, è quindi un obiettivo di primaria importanza, non solo dal punto di vista dello stato di salute degli ecosistemi, ma proprio per ridare alla gente la possibilità di una corretta e sana fruizione sociale di questi ambienti.

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